ARNALDO CASALI

NEL MIO PICCOLO
giovedì, 22 ottobre 2009

FILM FESTIVAL POPOLI E RELIGIONI

 

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categorie: diario
venerdì, 18 settembre 2009

piccoli gasamenti da umile megalomane

Ieri sera sono andato a vedere Drag me to hell con la mia cara amica e collega E. Uscendo dal cinema mi ha fermato per osservare una ragazza che stava facendo il biglietto. "Aspettiamo che si gira, perché forse è una mia vecchia amica".

La ragazza si gira e lei le va incontro salutandola. E' proprio una vecchia amica, che non vede da qualcosa come cinque-sei anni. Si fermano a chiacchierare e l'amica le racconta tutto quello che ha fatto in questi anni: "Ho fatto questo, ho fatto l'altro... mi sono anche fidanzata" dice additando il ragazzo che le è accanto, e che presenta subito a E. 

"Anche io" risponde E. Poi mi guarda, e onde prevenire l'equivoco si affretta a precisare: "Ma non è lui. Lui è un collega del giornale: Arnaldo".

La ragazza mi dà la mano e fa: "Arnaldo Casali?".

E io, un po' meravigliato: "Sì".

E lei: "Sai, leggendo il giornale, alla fine ci si ricorda i nomi. Mi piacciono i tuoi articoli! Leggo anche il tuo blog, i tuoi resoconti di viaggio sono molto belli!".

Credo che mi viene presentato qualcuno che aveva letto questo blog senza conoscermi.

Però, dico: se ci siete battete un commento! Sennò io finirò per meravigliarmi ogni volta che qualcuno mi dice di aver letto il mio blog!

postato da: ARNALDOCASALI alle ore 00:25 | link | commenti | commenti
categorie: diario
domenica, 13 settembre 2009

analisi

Ieri sono andato a donare il sangue, ma - per la prima volta in 13 anni - dopo aver visto l'emocromo il medico me lo ha rifiutato.

Mi sono un po' preoccupato e ho fatto vedere le analisi ad un amico medico. Dopo averle viste mi ha detto: "Stai tranquillo, da qui non risulta che tu abbia nessuna malattia grave". E io: "Allora significa che sono sano?", "No, significa che la maggior parte delle malattie gravi non si vedono nelle analisi del sangue!".

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categorie: diario
domenica, 12 luglio 2009

U2 LIVE

U2 LIVE 360° da te. video

Premessa

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Sono dieci anni che gli U2 sono il mio gruppo preferito in assoluto.

Gli U2 li avevo conosciuti nel 1988: l'anno che aveva segnato il mio ingresso nel mondo dell'adolescenza e, di conseguenza, il mio primo approccio con la musica pop e rock.

Era l'epoca in cui il mio grande mito era Michael Jackson, e gli U2 li odiavo tenacemente, per il semplice motivo che erano gli unici capaci di fare davvero concorrenza, e persino di metterlo in ombra, come avevano fatto con Rattle & Hum, il loro film-documentario che aveva avuto un grandissimo successo a dispetto del totale fiasco di Moonwalker, il kolossal musicale di fantascienza di Michael, che aveva registrato un totale fiasco.

Nessuno in quel periodo poteva permettersi di gareggiare con Michael. Nemmeno il buon Springsteen o il "cattivo" Prince, nemmeno la nazional-popolare Madonna, nemmeno i Queen, che prima della morte di Freddie Mercury erano un gruppo di successo ma certo non una leggenda.. Per non parlare poi di star già sul viale del tramonto come i Duran Duran, o meteore come George Michael o Nick Kamen.

Gli U2, invece, con il loro stile sobrio e umile, si preparavano a diventare il gruppo più importante del mondo, a spodestare Michaael dal trono, e io questo non lo potevo accettare.

Era il tempo di Desire e Angel of Harlem e Bono forse era ancora troppo "Bono" per i miei gusti, e finivo per accostarlo ai tanti "bonazzi" di moda in quel periodo.

Negli anni successivi, degli U2 ne avrei sentito parlare soprattutto dal mio amico Max, cultore di Achtung Baby e di Pop, che mi raccontò il celebre concerto all'areoporto dell'Urbe del 1997.

Io ero molto distaccato, collezionavo i Pavarotti & Friends e quindi conoscevo bene Miss Sarajevo, e un po' quasi li invidiavo questi fan degli U2, perché intuivo che Pop fosse qualcosa di grandioso.

Ad un certo punto mi feci anche registrare un disco da Max, un bootleg che raccoglieva una serie di live dal 1986 al 1992 che comunque non mi colpì più di tanto.

La svolta arrivò invece nel 1998, con Sweetest Thing e The best of 1980-1990. L'avevano regalato per compleanno a mio fratello, in realtà. Ma io me ne appropriai subito.

In realtà, a quel punto, gli U2 rappresentavano un approdo naturale del percorso musicale che avevo fato negli ultimi dieci anni.

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Partito da Michael Jackson, me ne ero progressivamente allontanato ed ero approdato al rock, al country, al folk, alla musica medievale, al blues e al soul. Alla continua ricerca di un nuovo "mito" che potesse sostituire il rinnegato Jackson, ero passato attraverso i Betales, i Queen, James Taylor, Sting, Bob Geldof. Mi ero avvicinato a Springsteen e a Lou Reed, ai Rolling Stones e a Patti Smith.

Nel frattempo avevo intrapreso un percorso esistenziale fatto di spiritualità, e impegno civile. Mi ero appassionato alla cultura irlandese e in particolare alla musica: partendo da Bob Geldof mi ero innamorato dei Pogues, dei Cranberries e dei Chieftiens.

Per questo dico che gli U2 furono un approdo natruale. Erano irlandesi, cattolici, impegnati sul fronte civile e sociale. Seguaci dei Beatles e amici di Sting, cultori tanto del rock quanto dell'elettronica e del blues. Insomma rappresentavano tutto ciò che avevo cercato e amato negli ultimi dieci anni., l'approdo finale di un percorso musicale, ma anche spirituale e civile.

In pochi mesi quindi, ero diventato un collezionista totale degli U2: singoli, album, bootleg. Da questo punto di vista l'arrivo di internet mi veniva incontro. Una volta sarebbe stato impossibile accedere a certe canzoni. 

AUNG SAN SU KYE da te. video

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Il concerto

Insomma, la passione per gli U2 è diventata meno infantile, ma sicuramente altrettanto totale e incondizionata di quella che avevo avuto, dieci anni prima, per Michael Jackson. Con la differenza che quella per Michael, in dieci anni, si era esaurita completamente, mentre quella per gli U2, in 10 anni, non ha fatto che rinforzarsi.

Se Michael però ero corso a vederlo appena possibile (il 4 luglio 1992 allo stadio Flaminio di Roma) gli U2, in concerto non li avevo mai visti. Né mi ero minimamente preoccupato di vederli, quando ne avevo avuto occasione (e cioè nel 2001 e nel 2005).

Sarà che del mio percorso musicale, in questi anni, ha fatto parte anche un progressivo distacco dagli eventi live. Specie quelli da stadio. Oggi il concerto mi piace vedermelo in teatro. Voglio sentire musica, non assistere ad un evento.

Ma dopo dieci anni di passione, andare ad un concerto degli U2 - ho pensato - era un atto dovuto. Peraltro questa tournée si presentava in modo particolarmente spettacolare, con il mitico palco a 360° che ha dato il nome al tour stesso.

Ad ogni modo, anche questa volta il problema si era posto e risolto subito, visto che i bgiletti erano andati esauriti prima ancora che io potessi domandarmi se e con chi avrei potuto andarci.

A sorpresa, però, il giorno stesso in cui il nuovo tour è stato inaugurato a Barcellona, le agenzie di stampa hanno dato la notizia che Ticketone aveva rimesso in vendita 500 biglietti per le due serate.

Questo, insieme alla notizia che - a sorpresa - gli U2 avevano reso omaggio a Michael Jackson, dedicandogli proprio "Angel of Harlem" e inserendoci dentro Man in the mirror e Don't stop til you get enought è stata la molla che ha fatto scattare l'idea.

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Mi sono messo subito a caccia di un compagno di viaggio, che ho trovato appena il giorno prima del concerto, nella persona del mio ex-ex-carissimo amico Alessandro Gentiletti. Nell'arco di due giorni ci siamo organizzati, il giorno prima ho acquistato il biglietto, e mercoledì pomeriggio siamo partiti alla volta di Milano senza sapere ancora nemmeno dove saremmo andati a dormire.

L'evento

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Che dire, adesso, di questa esperienza?

Beh, la prima cosa che mi viene da dire, è che è stato un evento vero. Non mi sarei mai aspettato che un concerto rock - anche se del gruppo più importante del mondo - potesse assumere le dimensioni di una Giornata Mondiale della Gioventù. Ma è stato così: giravi per Milano, e incontravi quasi solo persone che andavano al concerto. Anzi, prima ancora di arrivare a Milano era così.

Era passata circa mezz'ora da quando eravamo partiti da Roma Termini con il treno alta-velocità e un ragazzo seduto alla mia destra se ne esce con il fatto che sta andando al concerto degli U2. La ragazza che gli sta di fronte dice: "Davvero? Anc'hio!". La signora a fianco alla ragazza "veramente anche io", a quel punto io faccio: "Veramente anche noi" e il ragazzo alla mia sinistra: "anche io". Insomma, su otto posti di quello scompartimento, 7 andavano al concerto. Ci siamo tutti girati verso l'ottavo: era occupato da una signora molto anziana: "Per caso ci va anche lei?" abbiamo detto ridendo.

Poi sono inziate le classiche discussioni da fan: "Io vorrei tanto che facessero Ultraviolet", "Io su Party Girl non ci posso sperare, vero?", "Ma l'avete letta la scaletta di ieri? No, non me la dite, non voglio rovinarmi la sorpresa!".

"Io - faccio - sono venuto per sentire l'omaggio a Michael Jacskon!"

E il ragazzo alla mia destra: "Ah, beh, anche io!". Poi si scopre che, come me, aveva avuto con "Bad" il battesimo nella musica pop.

"Io non sono mai stato un fan di Michael Jackson, però devo ammettere che lui, per la musica, ha rappresentato molto di più degli stessi U2. Gli U2 sono i migliori, ma quello che fanno loro lo fanno un altro milione di gruppi. Ma quello che ha fatto Michael Jackson non lo aveva mai fatto nessuno e non lo farà mai nessuno".

In metro il caos era totale. Tutti i vagoni erano occupati da ragazzi direttia San Siro. E così è stato anche al ritorno. Girando per il centro storico di Milano non facevi che incontrare gente con la maglietta degli U2.

SUNDAY BLOODY SUNDAY da te.

Eravamo quasi arrivati in albergo, quando entriamo in un bar e vediamo un uomo che sta raccontando al barista  - un uomo dallo sguardo bonario e i capelli brizzolati - che questo è stato il suo 7° concerto degli U2. "Il primo l'ho visto nel 1986" dice.

"Perché sai - aggiunge - io sembro molto giovane, ma in realtà ho l'età tua".

E il barista: "Perché, quanti anni hai?"

E l'uomo: "Eh, quasi quaranta. Sono nel 1969".

E il barista: "Beh, io veramente sono del 1976".

E il superfan degli U2, imbarazzatissimo: "Perdonami, perdonami davvero! E' che sai, con questi capelli bianchi"

"Sì, sì, lo so. Me ne danno tutti di più".

"Davvrero, mi scusi? E che con questi capelli bianchi..." ripete il tizio, di fronte ad un sempre più imbarazzato barista brizzolato.

A quel punto, per tirare fuori entrambi d'impaccio, decido di intervenire!

"Tranquillo - faccio al barista - non è solo un problema tuo. Pensa che io sono del 1975!".

Ed entrambi, quasi in coro: "no, non è possibile!".

Il concerto

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Per quanto riguarda il concerto vero e proprio, devo dire che non ha deluso le aspettative, né sul piano dello spettacolo, né su quello strettamente musicale. Il palcoscenico ha mantenuto le sue promesse: grande quasi come tutto il campo da calcio, permetteva davvero una visione dello spettacolo perfetta a 360°, Bono era in grande spolvero, gli effetti speciali davvero speciali e la scaletta - e questo è molto importante - davvero imprevedibile. Totalmente diversa, cioè, da quelle che hanno più o meno caratterizzato le ultime tournée.

A parte i sei-sette brani dell'ultimo album No line on the horizon e quei quattro-cinque cavalli di battaglia immancabili come Sunday bloody sunday, Pride, One e With or whitout you, il resto è stato quasi tutto una sorpresa.

Totalmente assenti Boy e October (con conseguente scomparsa dalla scaletta di I will follow che si era riaffacciato nel 1997 ed era rimasto fino al 2005). Un brano solo da War: e questo sta a dire la scomparsa di un super-classico fin troppo inflazionato come New Year's Day. Quanto a Unforgettable fire, ritorna a sorpresa la canzone che dà il titolo all'album, insieme alla piccola MLK al posto di Bad. Poche sorprese le riserva invece The Joshua Tree, che continua ad essere rappresentato dalle immancabili I still haven't found what I'm looking for e Where the streets have no name. Ancora una sorresa, invece da Rattle and hum. Scomparsa la classica All i want is you, l'album è rappresentato da Desire. Ancora sorprese da Achtung Baby: non c'è traccia delle inflazionatissime Misterious ways e Even better than the real thing mentre ritorna dopo 17 anni la bellissima Ultraviolet.

Bistrattatissimi invece Zooropa e Pop di cui non rimane nessuna traccia nel concerto, mentre da All that you can leave behind tornano Stuck in a moment e Walk on. Abbastanza maltrattato anche How to dismantle an atomic bomb rappresentato solo da Vertigo.

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Bono

Grande come sempre, non manca di inserire nel grandioso spettacolo di luci anche un appello per sostenere la lotta contro l'Aids in Africa (in apertura di One), e un lungo omaggio ad Aung Saan Suu Kye.

Né può mancare un riferimento al G8 che si apre, proprio oggi, all'Aquila. Bono cazzia - come aveva già fatto tramite i giornali - Berlusconi per i suoi impegni disattesi negli aiuti all'Africa.

"So che Berlusconi, come privato cittadino, è una persona molto generosa". E scatta un "buuuuu!" generale.

Infine Michael: questa volta Bono non ne parla. Nessun omaggio esplicito, a differenza di Barcellona. Ma al termine di Desire compare Billie Jean seguita da Don't stop til you get enought.

Ah, dimenticavo: sono arrivato tardi anche al concerto. Appena prima di entrare nello stadio mi ero comprato un panino con la salsiccia e una Becks. La Becks, però, non me l'hanno fatta portare dentro, e mentre io me la finivo davanti all'ingresso, gli U2 sono entrati e hanno intonato Breathe....

PHOTOSTORY

MILANO-ROMA alta velocità

VISTA DALBERGO AUTORITRATTO DI SPIEGO

SKYFID GALLERIA

MILANO Piazza Duomo

SAN SIRO ARNIE & SAN SIRO

U2 360 Ultraviolet

u2live Ultraviolet

City of blinding lights DSC01539

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IL PIRELLONE

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Stazione centrale DSC01466

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categorie: diario
venerdì, 26 giugno 2009

MICHAEL JACKSON

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Era una sera di novembre del 1987 ed entrai al New Sinfony, il negozio di musica della galleria del corso, accompagnato da mia madre.
 
Avevo dodici anni e stavo per comprare il mio primo disco. C’erano diversi candidati: i principali erano i 45 giri di “Who’s that girl” di Madonna, di cui avevo appena visto il celebre concerto di Torino e “Bad” di Michael Jackson, che andava alla grande in radio, in discoteca e – soprattutto – su “Deejay television”, il programma di Italia 1 ideato da Claudio Cecchetto in cui si era appena affacciato un nuovo, giovanissimo conduttore chiamato Jovanotti.
 
Alla fine la spuntò “Bad”, ma - inaspetttamente - non il 45 giri ma l’album, il 33 giri. Chissà perché quella scelta: in fondo, anche se avevo sentito parlare di I just can’t stop loving you del disco conoscevo solo la canzone che gli dava il titolo. Il duetto amoroso aveva anticipato l’uscita dell’album qualche mese prima, quando io ero ancora troppo piccolo per ascoltare musica pop.
Pochi mesi prima, io, ero ancora alla sigla del “Tulipano nero” e a “Fivelandia”.
13 anni
Lo ammetto: ero un adolescente piuttosto sfigato. I compagni mi prendevano in giro, ed ero sempre l’ultimo ad essere le scelto per una partita di qualsiasi sport. Non ero brutto, ma con le ragazze proprio non ci sapevo fare e il mio ultimo amore (che era anche il primo) era finito che avevo dieci anni…
…in quel periodo ero innamorato di una mia compagna di catechismo, Federica Caneva, con la quale il massimo dialogo che ebbi fu: “Ma quel tuo compagno di si chiama proprio ‘Serghey?’” (lei), “Sì” (io).
 
Non è che fossi un tipo introverso, anzi, mi è sempre piaciuto fare il buffone, sin da bambino. Però ero – come dire – irrimediabilmente anticonformista. Mi rifiutavo di adeguarmi agli altri, dovevo sempre distinguermi: rifiutavo i vestiti firmati, il motorino, le battutacce, non ci provavo con le ragazzine. Insomma me ne stavo da parte a fare lo sfigato, finché non trovavo un modo originale e personalissimo di mettermi in mostra e farmi ammirare. Che spesso, consisteva nell’autoironia.
Come ogni sfigato che si rispetti, venivo emarginato e deriso dai compagni. La differenza tra me e gli altri sfigati, era che gli altri reagivano cercando in ogni modo di farsi accettare (di solito conformandosi negli atteggiamenti e nel pensiero stesso) oppure si chiudevano in sé stessi.
Io, invece, mi prendevo in giro da solo: gli dimostravo che ero molto più bravo io a far ridere di me di quanto non lo fossero loro… insomma, facevo il comico.
In quel periodo il mio passatempo preferito era scrivere racconti umoristici e freddure incentrate su fascisti e comunisti ispirate alla comicità surreale di Nino Frassica.
 
Chiamatemi John Travolta
Con Michael Jackson cominciai a ballare. Da solo, in sala, quando i miei erano a lavoro, osservando i movimenti riprodotti dentro la copertina di “Bad” e poi i videoclip, le esibizioni live trasmesse da “Deejay television” e “Videomusic”.
 
La musica di Michael mi scatenava. “Bad”, “Smooth Criminal”, “The Way you make me feel”, “Speed Demon”… mentre cominciavo ad apprezzare tutte le canzoni dell’album non riuscivo a tenermi fermo…
 
La danza divenne una delle mie passioni più grandi. Gli amici che mi vedevano alle feste cominciarono a chiamarmi “JohnTravolta”, anche se presto scoprii che come ballerino non avevo futuro. Ogni volta che c’era una festa, infatti, appena partiva qualche canzone di Michael Jackson io nel giro di cinque minuti finivo al centro dell’attenzione. E tutte le ragazze volevano ballare con me. Nessuna ci riusciva, però. O meglio, ero io che non ci riuscivo: perché la mia era una danza istintiva, anarchica, improvvisata e non ci riuscivo a ballare in coppia, così come – anni dopo – non sarei riuscito ad imparare, nonostante la passione, nemmeno un movimento di Funk mentre mio fratello, che era una scopa se lo mettevi in pista durante una festa, ma aveva metodo, pazienza e una grande capacità di apprendimento, sarebbe finito a fare spettacoli e serate in giro per l’Italia…
 
Poster
A Natale qualche zia mi regalò una cassetta registrata di “Thriller”, il disco più venduto di tutti i tempi. Era uscito appena quattro anni prima, ma quattro anni prima io avevo otto anni, e per me quella era Storia da studiare sui libri e sui ritagli di giornali, di cui non avevo quasi nessun ricordo personale.
Il percorso a ritroso nella discografia di Mike, però, iniziò subito. Nell’arco di un anno l’avevo completata: “Off the Wall” (che in seguito avrebbe ispirato un racconto a cui tengo ancora oggi moltissimo), “Thriller”, e poi il “Jacksons Live”, l’antologia “Michael Jackson Mix” e altre rarità, oltre ai 45 giri – quasi tutti – di “Bad”, le cassette, le videocassette più o meno taroccate, il "Making" di Thriller noleggiato in videoteca e doppiatomi da zio Mauro tra i cui dischi, una volta che era fuori per lavoro, avevo scovato e sequestrato il preziosissimo 45 giri di "The Girl in Mine" in coppia con Paul McCartney...
la mia cameretta si riempì di poster di Michael Jackson. E ci sono rimasti per anni. Una gigantografia a grandezza naturale è "crollata" naturalmente, credo, nel 1999, mentre il manifesto di Moonwalker è ancora lì, appeso al muro nella mia vecchia camera a casa dei miei.
Il mito assoluto
 
Quando a maggio Michael Jackson venne per la prima volta a cantare in Italia io ero già un fan TOTALE. Conoscevo tutta la sua storia, dalla nascita in Indiana il 29 agosto del 1958 figlio di Joseph e Kate, settimo di nove fratelli che comprendevano Maureen, La Toya, Jermaine, Jackie, Tito, Marlon, e i due più piccoli Randy e Janet, fino alla lavorazione del suo primo film, il leggendario “Moonwalker” appunto, con Joe Pesci e tanti effetti speciali.
Avevo letto la sua autobiografia, sia nelle anticipazioni pubblicate dai giornali sia appena uscita pubblicata da Sperling & Kupfer.
 
Non era più solo un cantante, per me, Michael Jackson. Era già un mito. Un mito intoccabile. Fantasticavo sulla sua leggendaria tenuta di Encino, invidiavo i suoi “amichetti” bambini prodigio come era stato lui, recuperavo vecchie insospettabili riviste sparse per casa dove ritrovavo articoli su di lui, seguivo le sue amicizie con Reagan, Frank Sinatra e Fred Astaire, le sue amicizie "materne" con Diana Ross e Liz Taylor, e le storie d'amore (caste) con Tatum O’ Neal, Brooke Shilds e Tatiana Tumbzuden, la ragazza del video di The way you make me feel (e io sognavo di farne un remake ai giardini del Cardeto con Federica Caneva) ammiravo la cura con cui trasformava un video in un vero e proprio film, come aveva fatto cno “Thriller” (affidato a John Landis) e “Bad” (diretto da Martin Scorsese, che in quel periodo aveva appena fatto lo scandaloso L’ultima tentazione di Cristo).
 
Antonella
Il primo libro su Michael me lo aveva regalato Antonella Alpini, la ragazza che mi faceva ripetizioni di inglese e che divenne una delle mie più care amiche, anche se lei – mi disse – preferiva Sting. Aveva undici anni più di me, e si ricordava ancora quando in discoteca si ballava “Don’t stop til you get enough”, il primo grande successo di Michael, del 1979.
Mi aveva tradotto tutti i testi di “Bad”, Antonella, facendomi scoprire che le canzoni di Jacko, oltre che belle, erano anche intelligenti e avevano un messaggio, e mi spiegò anche che il soprannome di Michael Jackson era Jacko Wako.
Fu lei a rivelarmi che la celebre We are the world, cantata da tutte le più grandi star americane (da Paul Simon a Ray Charles, da Diana Ross a Cindy Lauper, fino a Bob Dylan e Bruce Springsteen) era stata scritta proprio da Michael.
E fu lei a spiegarmi che se Michael era ancora vergine a trent'anni, anche Brooke Shilds lo era, ma per contratto...
Un giorno Antonella partì per Parigi, per uno stage o qualcosa del genere. Si era laureata in lingue e doveva perfezionare il francese, credo. Avrebbe lavorato in Francia qualche mese e poi sarebbe tornata.
Piansi il giorno che mi venne a salutare e l’abbracciai forte. “Ci vediamo a Pasqua ” mi disse.
Non l’ho più vista, da quel giorno.
Per anni l’ho aspettata. L’ho anche sognata tante volte. E ogni volta che mia madre mi diceva: “C’è una sorpresa! Indovina chi c’è?” io mi aspettavo di vederla sbucare fuori e cominciavo a gioire.
Invece non è più tornata.
Barbara e il concerto del 23 maggio 1988 e gli odiatissimi U2
 
Leggevo il libro su Jacko che mi aveva regalato Antonella, la sera in cui vidi per la prima volta Barbara, la mia cuginetta appena nata: era il 4 marzo 1988. Due mesi dopo sarebbe arrivato Michael.
Fu forse l’evento più atteso della mia adolescenza: 23 maggio 1988. E lo confesso, per anni ho ricordato il compleanno di mio padre solo perché era il giorno prima di quella data, scolpita per sempre nella mia memoria.
Nessuno mi avrebbe portato a quel concerto, lo sapevo. La speranza è che lo facessero in televisione, come quello di Madonna. “Ma fino all’ultimo non lo saprai – mi disse Antonella – perché se dicono che lo fanno in Tv poi la gente non ci va, quindi semmai lo diranno uno o due giorni prima”.
 
Non l’hanno detto. E non l’hanno fatto.
 
Quel concerto – Roma, Stadio Flaminio, 23 maggio 1988 – è rimasto sempre nella mia immaginazione. E non l’ho mai potuto vedere. Mi sono dovuto accontentare dei reportage dei telegiornali, di qualche frammento sparso qua e là. Dei videoclip – come “Another part of me” – tratti da quella tournée.
 
Ma fu un evento vero. Ricordo bene lo special di “Deejay television” condotto da Jovanotti, e quello di Red Ronnie in cui aveva intervistato il manager Frank Di Leo, e poi era andato per strada a chiedere alla gente se conosceva Michael Jackson per verificare se era davvero il cantante più famoso al mondo…
 
Era l’anno di “The Miracle” dei Queen, di “Big Thing” dei Duran Duran, ma – soprattutto – di “Ratte & Hum” degli U2. E, lo confesso, io li odiavo gli U2. Li odiavo perché erano gli unici – in quel periodo – capaci di far davvero concorrenza a Michael. Madonna era troppo frivola, i Duran Duran erano finiti, quello stronzo di Boy Gorge un fenomeno passeggero, Paul McCartney aveva fatto il suo tempo, i Queen e Sting troppo di nicchia, per non parlare di Bruce Springsteen o i Pink Floyd.
Gli U2, invece, con il loro film avevano stracciato “Moonwalker” e questo a Bono e compagni non glielo potevo perdonare.
Chi lo avrebbe detto, a quei tempi, che dieci anni dopo proprio gli U2 sarebbero diventati il mio “mito definitivo”…
 
Un modello grandioso e sfigato, un mito incondizionato
Ci sto provando, a spiegare cosa ha rappresentato Michael Jackson per i miei tredici anni. Ma non è facile.
 
Michael divenne un mito assoluto. Un modello totale. Lo veneravo incondizionatamente, in ogni lato del suo carattere e della sua personalità.
 
E come avrei potuto fare altrimenti? Avevamo troppe cose in comune!
 
Che dire, ad esempio, quando scoprii che il suo regista preferito era Steven Spielberg e il suo film della vita “E.T.”?
 
Certo, per me che avevo 7 anni quando uscì, era facile identificarmi con Elliot, ma il fatto che si fosse appassionato così tanto al film un ragazzo di 24 anni, forse, avrebbe potuto far pensare…
 
Io, a quei tempi, ero un ragazzino piuttosto bigotto. Michael era religioso. Sì, è vero che non ha mai ben capito nemmeno lui a quale religione appartenesse, ma l’importante è che fosse un uomo con una certa spiritualità. E pazienza se allora si definiva Testimone di Geova.
Michael, nel film "The Wiz", musical ispirato al Mago di Oz, aveva fatto lo spaevantapasseri. Proprio come me, nell'adorata recita scolastica di quinta elementare.
 
E poi era un verginello. E qui che casca l’asino: quale migliore modello per adolescente che – a differenza dei suoi compagni – la verginità non aveva intenzione di perderla ancora per un bel pezzo?
 
Ebbene cari ragazzi, questi modelli possono essere molto pericolosi!
 
E poi Michael rappresentava l’opposto dello stereotipo della rockstar, e per un anticonformista come me non poteva che essere il modello ideale.
 
Asociale, disperatamente solo, legatissimo all’infanzia (un infanzia perduta, come quella di tutti i bambini prodigio, che – non a caso – difficilmente fanno una bella fine), e al tempo stesso geniale, egocentrico, megalomane.
 
In Michael io, un tredicenne che viveva di ricordi e venerava il suo passato, non potevo non specchiarmi, in quell’infanzia vista come l’Eden perduto, in quell’estraneità totale rispetto al resto del mondo, e in quel bisogno – al tempo stesso – di imporsi sul mondo, di essere ammirato fino all’estremo, in quella sete di amore vissuto non nei normali rapporti affettivi ma in una forma di idolatria e autoidolatria io vedevo il ragazzo che ero e l’uomo che avrei voluto diventare…
 
La adoravo, quel 29enne dall’apparenza di un alieno, quella rockstar che non scopava e non si drogava ma in compenso si riempiva di plastiche facciali. Plastiche che io, seguendo la linea “ufficiale” di Michael, mi ostinavo a negare.
 
“Non è vero che si sta sbiancando la faccia, è un effetto fotografico, lui si è fatto solo tre plastiche al naso…”.
 
E la camera iperbarica in cui dormiva per vivere fino a 120 anni? E le ossa dell’uomo elefante che aveva acquistato per non si da quante migliaia di dollari?
 
Tutte fandonie. O forse no. Ma non era l’importante, l’importante era la capacità di Michael di ironizzarci sopra, come aveva fatto nel videoclip di “Leave me alone” (inserito dentro “Moonwalker”, che – comunque – non ebbi mai il coraggio di definire un bel film).
 
Michael era un mito incondizionato, da difendere ad oltranza contro qualsiasi critica.
 
Fondai persino una rivista, quell’anno, chiamata Il giornale di Michael Jackson che però pubblicò un solo numero, ciclostilato in proprio, come si dice. Era troppo impegnativa per portarla avanti…
e poi mi feci crescere i capelli lunghi, perché volevo averli come lui. Imparai quasi tutte le mosse di "Billie Jean" e le rifeci persino in una scena del mio film "The Shit". Iniziai a portare le t-shirt bianche con sopra le camicie colorate aperte perché lui le portava così nei video di "The way you make me feel", "Come together", "Dirty Diana" e "Black or white". E ovviamente mi comprai un "chiodo" da metallaro e a carnevale di mascherai da Smooth Criminal...
 
“Bad” fu uno degli album di più grande successo nella storia del pop. Tenne banco per due anni: basti pensare che il primo singolo uscì nell’estate del 1987 e l’ultimo nell’estate del 1989: il mitico “Liberian Girl” nel cui videoclip comparivano, tra gli altri, Steven Spielberg, Dan Aykroyd, Lou Ferrigno (quello di “Hulk”), Richard Dreyfuss, Sherman Hemsley (Il signor Jefferson), John Travolta e Olivia Newton John, Debbie Gibson, David Copperfield e praticamente tutti gli attori del momento. Compreso W.I Yankovich, che aveva fatto quelle spassose parodie dei video e delle canzoni di Michael chiamate “Eat It” e “Fat”…
 
Non so quante volte ho sognato di conoscerlo. So che non l’ho mai rinnegato veramente anche se, con il tempo, diciamo che ho allargato gli orizzonti: nel 1989 arrivò un nuovo mito, quello di Francesco Salvi, che poi – a differenza di Michael, che restò solo nei miei sogni – avrei avuto la possibilità, 18 anni dopo, di conoscere… dieci anni dopo, al termine di un lungo “viaggio musicale” passato attraverso Roxette, Queen, Bryan Adams,  Sting, Springsteen, Bob Geldof, James Taylor, Bennato, Baglioni, De André, la musica medievale, la musica folk irlandese, Lou Reed e Simon & Garfunkel approdai agli U2, in cui trovai un’identità perfetta.
E con la riscoperta di “Ratte & Hum” riuscii anche ad abbattere definitivamente le “tre unità” jacksoniane in base alle quali giudicavo un album. E cioè, le canzoni dovevano essere 10, tutte inedite o tutte vecchie, e una doveva dare il titolo all’album.
 
Dangerous , History e la fine di un mito
Michael, non più mito ma semplice rockstar, continuai a seguirlo. Ricordo la trepidazione con cui aspettai “Dangerous”, il primo album che fece dopo “Bad”, il primo alla cui nascita potetti assistere, e che non deluse le mie aspettative.
 
Il 4 luglio 1992 andai al suo secondo (e credo ultimo) concerto italiano, ancora allo stadio Flaminio. Esperienza mitica e leggendaria. Ma il rimpianto di non aver mai visto il “Bad” tour è rimasto. E, colmo dello scherno, quel concerto che io vidi (o meglio uno della stessa tournee, un po’ più brutto) fu trasmesso anche in televisione…
Fu un momento leggendario, ma non come sarebbe stato nel 1988. Avevo diciassette anni, ed ero già una persona completamente diversa. Fan sì, ma un fan già distaccato, un ammiratore sul piano musicale ma diciamoci la verità: non ci provai nemmeno ad avvicinarmi a lui, non sognai nemmeno di poterlo incontrare, toccare, abbracciare come capitava a qualche "fortunato" della prima fila, che faceva salire sul palco quando cantava She's out my life. Semplicemente non me ne importava più granché. 
Michael Jackson era ancora il mio cantante preferito, ma non era più un mito. 
Poi ci fu “History”, altro bellissimo disco, metà antologia e metà inedito. Per comprarlo in vinile (era il 1995, il periodo in cui era più difficile riuscire a trovare i vinili, che non erano stati già stati soppiantati dai Cd ma non erano ancora ricercati dai collezionisti) andai e tornai due volte da Roma, perché quando avevo finalmente trovato il negozio che ce l’aveva mi ero reso conto di non avere i soldi (e a quei tempi non avevo ancora il bancomat).
Un disco bellissimo sul piano musicale, con canzoni tra le migliori della sua produzione, anche se molto meno conosciute rispetto a quelle precedenti. Avevo una grande stima dell'autore, del compositore, del cantante. Ma non potevo che guardare ormai con grande distacco al delirio megalomane con cui promosse quei dischi facendo realizzare quella statua gigantesca che lo ritraeva in copertina, quell'ossessivo auto-celebrarsi e auto-definirsi "King of Pop".
Jacko non era più tra noi. Si era già totalmente alienato. La sua personalità fragilissima e introverso era stata definitivamente compromessa dai processi che lo stavano già tromentando. L'alieno che era già nel 1988, nel 1995 era già diventato un caso patologico. Ero fierissimo di quel disco ma sinceramente mi auguravo che non avrebbe più fatto concerti, perché io non avevo nessuna intenzione di tornarlo a vedere.
E qualche anno dopo mi sarei anche augurato che avesse smesso di fare dischi. Perché io ce li avevo tutti, ma non avevo più intenzione di comprarne altri.
Di fatto fu così, con History, musicalmente, finì tutto. “Blood on the dance floor”, due anni dopo, era un episodio trascurabile e di fronte a Invincible provai così orrore da non avere il coraggio di acquistarlo.
Rinnegato
 
Era il periodo di massima svolta esistenziale per me. Il periodo in cui, per cominciare a costruire qualcosa di nuovo, sentivo davvero la necessità di rinnegare e dimenticare tutto ciò aveva caratterizzato la mia adolescenza e la mia giovinezza: atteggiamenti, mentalità, orientamenti politici e orientamenti esistenziali.
La musica è la colonna sonora della vita, e quindi la prima testa a saltare, nella mia nuova vita, non poteva che essere quella di Mike: adesso amavo la musica vera, genuina, fatta di voce e chitarra, o strumenti antichi. Detestavo l'elettronica, avevo rinnegato anche i Queen e tutto il pop anni '80. Ascoltavo musica folk e medievale, mi interessavo al country, al rock 'n roll, al blues, al soul, amavo cantautori raffinati come Sting e James Taylor, andavo pazzo per Bob Geldof, scoprivo i Pogues e i Blues Brothers. Avevo preso in odio anche i videoclip, mi piaceva la musica vera, suonata dal vivo, con strumenti veri, senza basi e senza elettronica, senza drum-programming e ai concerti volevo vedere suonare la gente, non assistere ad uno spettacolo fantasmagorico.
Insomma Michael Jackson, con il mio nuovo percorso musicale, non c'entrava più niente. Anzi, era addiritura l'antitesi, era il nemico, era tutto ciò odiavo nella musica.
E anche a livello esistenziale, Michael rappresentava tutto ciò che non volevo più essere. A livello religioso avevo scoperto Francesco d'Assisi e don Milani ed ero diventato un rivoluzionario,amavo i personaggi impegnati politicamente, che prendevano posizione, che lottavano, quindi non lo sopportavo più quel buonismo sdolcinato alla "We are the world".
E io, adesso, volevo essere una persona normale, volevo amare ed essere amato, non confondere più la ricerca della celebrità con il bisogno di affetto. E se anticonformista ero rimasto, sfigato non lo ero più, quindi iniziavo a guardare con compassione i tormenti del dissociato Jackson mentre il mio nuovo mito e modello non poteva che essere Bono Vox.
La riconciliazione
 
La mia riconciliazione musicale con Michael Jackson è avvenuta più o meno quattro anni fa.
Nel Natale del 2005, credo, quando  - a trent'anni - ho comprato il cofanetto The ultimate Michael Jackson che, per la prima volta, raccoglieva tutto il meglio della sua produzione, comprese le produzioni giovanili con i Jackson 5, le collaborazioni e le rarità. Una parte della sua storia musicale che ormai da anni apprezzavo molto più di Thriller o Bad.
C'era anche il dvd di un concerto, e io - per un momento - ho sperato che si trattasse proprio di quella leggendaria tournée del 1988 che io avevo cercato di ricostruire con "incollando" con il videoregistratore, tanti spezzoni. E invece no, si trattava proprio di quel concerto andato in onda in tv, l'unico andato in onda!, e che io avevo - ovviamente - già registrato.
 
Ma quell'acquisto è stato l’atto conclusivo, il mio ultimo omaggio al grande mito della mia adolescenza, ma anche ad un grande uomo di spettacolo e, diciamolo pure, un grande cantante. Che ha fatto un sacco di pacchianate, ma anche tante bellissime canzoni. E che ha inventato un modo nuovo di fare spettacolo, un modo che oggi sento lontano, ma che resta grandioso.
Pedofilo?
 
Se sotto il profilo musicale Michael era morto da oltre dieci anni, su quello umano il mito ha assistito ad un progressivo, tristissimo declino.
 
Eppure se mi chiedete cosa penso delle accuse di pedofilia, dei processi, dello squallore in cui si è lasciato trascinare sempre più inesorabilmente negli ultimi diciotto anni, io non posso difenderlo né accusarlo.
 
Io lo capisco. Chi ha letto la sua autobiografia non poteva stupirsi in questa sua ricerca d’affetto nei bambini.
 
Io non lo so che cos’è un pedofilo. Non lo so. So che è troppo facile gridare al mostro.  E so che non riesco nemmeno a concepire l’idea che un uomo possa godere nel fare del male ad un bambino. Quindi non lo so che cosa sia la pedofilia. Per me resta un orrore e un mistero.
 
Io greco non l’ho studiato, ma a orecchio “pedofilo” mi suona come “amante dei bambini”. In questo senso, sì, Michael Jackson era senza dubbio un pedofilo.
 
Aveva un rapporto morboso con la sua infanzia e, di conseguenza, con quella degli altri. Però non crederò mai che abbia violentato un bambino. Ovvero, che gli abbia usato violenza.
 
Per il resto, da una mente tanto contorta, potrei aspettarmi di tutto. Fino a che punto si può amare in modo “fraterno”, senza implicazioni di carattere sessuale? Fino a che punto un uomo che non ha una normale sessualità può vivere in modo “pulito” il rapporto con un bambino nei confronti del quale ha un grande trasporto affettivo?
 
E allora se mi chiedi se Michael Jackson è andato a letto con dei ragazzini, io ti rispondo senza dubbio di sì. Non dubito che ci sia andato. Ma se mi chiedi cosa è successo sotto le coperte, allora non posso risponderti.
 
Se mi chiedi quanto amore abbia dato a quei ragazzi e quanto male gli abbia involontariamente fatto, allora no posso risponderti.
 
Certo non era una persona normale. Ma non era nemmeno un mostro. Di certo era una persona estremamente fragile. Lo era anche all’apice del successo, quando scrisse la sua autobiografia: Scriveva che anche se era adorato da migliaia di fan e aveva tantissimi amici si sentiva la persona più sola al mondo.
 
Michael Jackson aveva cominciato ad distruggersi da solo. Poi , con quei processi, l’hanno massacrato, hanno finito di distruggerlo.
 
2 Bad
Non ci pensavo da anni, a Michael Jackson. Avevo letto le squallide cronache dei processi con compassione, e con diffidenza e curiosità le recenti notizie di un suo ritorno alla ribalta, e poi del presunto tumore, addirittura della pelle divenuta fosforescente, e poi ancora del nuovo tour, dell’antologia selezionata dai fan, del tour rimandato, del tour che si farà….
avevo anche dimenticato quel dvd, trovato per caso in un negozio in Polonia, lo scorso gennaio: la registrazione di quel sospirato concerto del 1988 nella tappa giapponese. Un concerto sospirato per vent'anni e finalmente in mano... troppo tardi, però, evidentemente. E infatti, quel dvd, ancora non l'ho visto...
 
Una settimana fa esatta, di ritorno dalla Sicilia, sono stato costretto dal ritardo del treno della notte a passare circa due ore alla stazione Termini, in attesa del primo treno disponibile per Terni.
 
Non sapevo come spendere quel tempo, e così ho fatto come ai vecchi tempi: l’ho passato al Ricordi mediastore. Dopo un’accurata e implacabile selezione delle cose inutili da comprarmi tra film e dischi, ho scelto la versione integrale del “Pinocchio” di Comencini, “Giovani Jovanotti” (l’unico album di Lorenzo che non solo non avevo, ma non avevo mai sentito) e – dulcis in fundo – “Bad”, nella versone ‘special edition’ uscita, se non ricordo male, nel 2001.
 
L’ho sempre saputo, che prima o poi mi sarei ri-comprato “Bad” in cd. Tanto più l’edizione speciale che oltre ad avere “Leave me alone” (che c’era già a quei tempi su cd, ma non nel 33 giri) contiene anche due inediti. E visto che il prezzo era sceso ad appena 10 euro, ho deciso che era arrivato il momento, a quasi 23 anni da quel primo acquisto al New Sinfony.
 
L’ho sentito una volta sola, e mi è bastato. Sono canzoni che so ancora a memoria. Però, devo ammetterlo, mi piacciono ancora, anche se non mi va più di ascoltarle. E un pochino, le gambe mie, erano tentate di riprendere il ritmo mentre andava “Smooth Criminal”…
 
Stanotte
Mancava qualche minuto alle una quando mia madre mi ha chiamato al cellulare.
Aveva una voce strana. Una voce da lutto. Mi sono spaventato. “Hai saputo?” mi ha detto. E l’unica certezza, allora, è che non si trattava di un familiare. Ma chi era morto? Un amico o un personaggio pubblico?
“Michael Jackson” mi ha detto. Avevo il computer davanti e sono subito andato sul sito dell’Ansa, che confermava la notizia. Poi su Google news, che ancora lo dava per moribondo, poi su Facebook con i primi commenti.
“Grazie per la notizia” le ho detto.
“Ma io non ti ho chiamato per darti la notizia, perché pensavo lo sapessi. Ti ho chiamato per confortarti, per farti coraggio…”.
 
Sono passati 21 anni da quando Michael Jackson era il mio grande mito. Avevo 13 anni, facevo le medie e avevo ancora paura di dormire con la luce spenta.
Oggi ho 34 anni, vivo da solo, e ho fino troppi peli bianchi in testa e sulla barba.
 
Ma per le mamme, si sa, il tempo non passa mai.
 
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postato da: ARNALDOCASALI alle ore 02:49 | link | commenti (12) | commenti (12)
categorie: diario, editoriali

Chi sono

Utente: ARNALDOCASALI
Nome: ARNALDO CASALI
Nato a Terni il 23 febbraio 1975, mi sono laureato in storia medievale all'università "La Sapienza" di Roma con una tesi sull'umorismo in Francesco d'Assisi. Giornalista, sono direttore della rivista "Adesso" e della webradio RadioAdesso e collaboro con il Giornale dell’Umbria e Radio TNA. Faccio parte della direzione del festival cinematografico "Cielo e Terra" e della compagnia teatrale Altromestiere. Mi occupo del coordinamento di svariati siti internet, ma non capisco niente di informatica. Sono attore dilettante e scrivo talvolta dei racconti e delle poesiole, ma rigorosamente senza talento.

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