ARNALDO CASALI

NEL MIO PICCOLO
mercoledì, 23 luglio 2008

INSIEME PER SEMPRE

“Tanto non ti lascio andare da sola. Appena muori tu, ti raggiungo subito” aveva detto Marino all’anziana moglie Cesira, gravemente ammalata. E ha mantenuto fede alla promessa: Cesira è morta domenica, Marino mercoledì.

Quando nel febbraio del 1937 si erano sposati dopo tre anni di fidanzamento si erano giurati amore “finché  morte non ci separi”. Ma dopo 74 anni di vita insieme, hanno deciso di non lasciarsi separare nemmeno dalla morte, e stringere il loro abbraccio nell’eternità come Sabino e Serapia, i due innamorati sposati da San Valentino: quando Serapia si era improvvisamente ammalata, narra la leggenda, Sabino - legionario romano convertito per amore al cristianesimo - era morto d’amore tra le sue braccia. Nati entrambi a Massa Martana, 94 anni lei e 95 lui, Marino e Cesira si erano conosciuti ad Acquasparta il 22 novembre del 1934, durante la festa di Santa Cecilia.

“Da allora non ci siamo più lasciati e ancora non siamo stanchi di stare insieme” avevano detto al Giornale dell’Umbria l’anno scorso, in occasione dei 70 anni di matrimonio. Della loro lunga storia d’amore si era occupato anche, in seguito, il programma Festa Italiana, condotto su Raiuno da Caterina Balivo.

“Sono sempre stati una coppia molto unita, si capivano con un solo sguardo, senza bisogno di tante parole” ricorda monsignor Antonio Maniero, parroco di San Salvatore. 

La piccola casa di Marino e Cesira era proprio di fronte alla chiesa e i due sposi “erano molto presenti nella comunità cristiana e davvero senza di loro la parrocchia è più povera. La loro testimonianza era molto semplice, ma amorevole. Marino sentiva la chiesa come una cosa sua, si occupava di tutto, e Cesira era sempre presente e chiedeva una preghiera a tutti e per tutti. Ha vissuto l’impegno cristiano con grande semplicità e con molta continuità”.

Ed è stata proprio la parrocchia a festeggiare la longeva coppia lo scorso anno per l’anniversario di matrimonio. “A Massa Martana ci conoscevamo di nome - avevano raccontato in quell’occasione - ma non c’eravamo mai incontrati fino a quel giorno, ad Acquasparta”.

Anche se ad Acquasparta, quel giorno, Marino c’era andato per un’altra donna: “Facevo l’amore con una ragazza di lì. Siamo stati insieme per due o tre mesi. Ma quella era una ragazza da passeggio, non una donna da sposare. Per sposarsi bisogna trovare una donna che sa cos’è la famiglia e quando ho conosciuto Cesira ho capito subito che era la persona giusta”.

Anche se il fidanzamento, raccontava lei, glie l’aveva fatto sudare: “Mi aveva corteggiato per una settimana. Io non volevo fidanzarmi, ma è stato così insistente che alla fine ho ceduto al suo amore”. E ha scelto di stare con Marino. Per sempre.

(da Il Giornale dell'Umbria del 22 luglio)
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categorie: cronaca
martedì, 15 luglio 2008

PROIETTI & PROIETTI

 
proietti

 
E’ un ritorno a casa, per Gigi Proietti. Perché affondano in questa terra, le radici dell’ultimo grande istrione dello spettacolo italiano, e lui ne va fiero. Assente - ma solo artisticamente, ci tiene a precisare - da tre anni, da quando, cioè, portò il suo irresistibile recital al teatro Verdi per gli eventi Valentiniani,  l’attore romano è stato l’ospite d’onore dell’ultima edizione de Le vie del cinema, la rassegna del cinema restaurato organizzata a Narni dal Comune e dal Centro sperimentale di cinematografia e diretta da Alberto Crespi.

Di fronte al gigantesco schermo del Parco dei Pini di Narni scalo (il più grande d’Europa), Proietti c’è arrivato sabato sera, per presentare la versione restaurata di Casotto di Sergio Citti, interpretato nel 1978 a fianco di attori come Paolo Stoppa, Michele Placido, Ugo Tognazzi, Jodie Foster e Catherine Deneuve. “Senza dubbio l’unico film che ha segnato nel profondo la mia carriera” dice.

A Porchiano, Gigi Proietti ha una casa, recentemente ristrutturata, e a Terni un’erede, Raffaele, nipote e attore a sua volta, cresciuto alla scuola di Gastone Moschin e attivo nel campo del doppiaggio.

“Io sono orgoglioso delle mie radici umbre: mio padre è nato a Porchiano, anche se è venuto ad abitare a Roma giovanissimo”.

Lei, invece, è nato a Roma.

“Sì, io sono romanissimo. Sono nato in via Giulia, ma da queste parti ci vengo spesso. Ho anche rimesso a posto da poco la casa di Porchiano, quindi adesso ci verrò ancora di più. Poi qui ci sono i miei parenti, i miei cugini. Anche se quando vengo sto sempre a Porchiano e Narni non la conosco benissimo, per questo sono rimasto sorpreso nello scoprire una struttura come il Parco dei pini”.

Gigantesco a teatro, dove ha reinventato il genere del monologo, fortissimo in televisione (varietà, sit-com, fiction e una serie leggendaria come Il maresciallo Rocca), irresistibile nella pubblicità e nel doppiaggio (suo il genio della lampada nell’Aladdin della Walt Disney) e ancora direttore artistico (per anni ha guidato il teatro Brancaccio, il cui ‘scippo’ da parte di Maurizio Costanzo ancora gli brucia) e fondatore di una scuola da cui sono usciti artisti come Giorgio Tirabassi, Rodolfo Laganà, Gabriele Cirilli e Francesca Reggiani, considerato l’erede di Ettore Petrolini e di Aldo Fabrizi, capace - come solo i grandi comici di una volta - di far ridere anche ripetendo vecchissimi sketch, paradossalmente l’unico campo in cui Proietti non è riuscito ad esprimere il suo talento è proprio il cinema. Pochi film, quasi tutti con Carlo Vanzina (del quale ha interpretato anche il corale Un’estate al mare appena uscito nelle sale), pochissimi significativi. Forse l’unico è davvero Casotto. Tanto che oggi, Proietti, medita di farne uno spettacolo teatrale.

“E’ da molto tempo che ci sto pensando. Perché c’è un dato molto curioso: è un film che rispetta le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, e quindi si presta molto ad essere adattato per il teatro. E poi ha un linguaggio che non è affatto datato e non ci sarebbe nessuna necessità di renderlo attuale. Io ne ho già parlato con Vincenzo Cerami. Mi piacerebbe anche metterci delle canzoni”.

Come è stato lavorare in un cast così stranamente assortito?

“C’erano attori di estrazioni completamente diverse l’uno dall’altro, e che quindi rispettavano un po’ l’atmosfera del Casotto. Che, per chi non lo sapesse, al mare era l’alternativa sottoproletaria alla cabina. Nel casotto tu affittavi un chiodo e lo potevi usare per tutta la giornata”.

Casotto fu girato nel 1977, quando era appena uscito Febbre da cavallo, il suo unico grande successo cinematografico.

“Il cinema mi respinge, da sempre. E me ne dispiace: diciamo che non c’è stato mai il matrimonio che ci poteva essere. Con il cinema siamo sempre rimasti fidanzati. E se ho un obiettivo oggi, è proprio quello di lavorare di più in quel campo”.

Febbre da cavallo, peraltro, quando uscì non ebbe molto successo.

“Si limitò, come si dice, a rifarsi i soldi. Il vero successo è arrivato 16 anni dopo, quando lo acquistò una tv locale. Sai queste che comprano i film a chili? E si resero conto che ogni volta che passavano questo film aumentava l’audience, e fu così questo  film si rifece la carriera, fino ad arrivare - sei anni fa - ad avere un seguito. E’ una vicenda curiosa che mi ha dato l’idea per una storia: quella di un attore fallito che all’improvviso comincia ad essere circondato da fan perché un suo vecchio insuccesso è diventato un ‘cult’”.

Il 1977 era anche l’anno di “A me gli occhi please”.

“Quello fu uno spettacolo che rappresentò uno spartiacque per il teatro italiano. Sì, quello per me era davvero un momento magico. Anche se per me ancora lo è: io non ho niente di cui lamentarmi, se non di certi scippi che ti fanno, tipo uno che ti si porta via un teatro. Io non ce l’ho con la ‘società’, ma con una persona!”.

Che però non nomina mai, quasi portasse male.

“In Italia così si combattono gli avversari. Dovrebbero capirlo i politici: basta dire che uno porta jella, e non lo vota nessuno. Ecco, per esempio, adesso c’è qualcuno che è andato in Giappone... e subito c’è stato il terremoto!”.

Tornando a Casotto, in una versione teatrale a chi affiderebbe il suo ruolo?

“Ci vorrebbe un giovanotto un po’ attempato, ma non penso che sarebbe difficile da trovare. Sarebbe più dura, invece, sostituire Paolo Stoppa. Con lui io avevo lavorato a teatro nel “Mercante di Venezia”, ma l’ho scoperto davvero facendo quel film. Lui aveva sempre lavorato a teatro con Visconti, era un attore raffinatissimo e non avrei mai immaginato che fosse così romano”.

Potrebbe farlo lei, quel ruolo...

“Come età, ormai ci siamo, ma io non sono quel tipo di personaggio, anche se lo farei molto volentieri, anche perché Toto, uno dei miei personaggi più celebri, nasce proprio da un imitazione che io facevo di Stoppa. La facevo così bene che quando eravamo al doppiaggio io, per scherzo, feci una frase al posto suo, e lui non si accorse di niente!”.

Cosa ricorda con più piacere di quell’esperienza?

“Il divertimento. Ridevamo sempre. Una scena abbiamo dovuto rifarla 24 volte perché non riuscivamo a smettere di ridere”.

Avete usato l’improvvisazione?

“Mai. Avevamo una sceneggiatura di ferro, scritta fin nei minimi dettagli da Vincenzo Cerami e Sergio Citti. Una sceneggiatura straordinaria”.

UN NIPOTE CRESCIUTO ALLA SCUOLA DI MOSCHIN
 
Gigi Proietti è suo zio, ma il padre artistico è Gastone Moschin, e ci tiene a sottolinearlo, Raffaele Proietti.

Ternano, 25 anni, laureato in odontoiatria, Raffaele ha lavorato con artisti come Marzia Ubaldi, Giorgio Lopez e Ilaria Stagni ma mai con l’illustre zio. E  la cosa non stupisce: a dispetto della stretta parentela e della straordinaria somiglianza fisica (“ma io sono più bello” scherza) Raffaele non ci tiene nemmeno a farlo sapere, di avere uno zio tanto famoso, e la sua strada artistica fino ad oggi l’ha percorsa tutta da solo, partendo dalla scuola Mumos dei Moschin e arrivando al doppiaggio di serial come West Wing, Ghost Whisper, Casalinghe disperate e Beautiful e di film come X-Files 2.


(da Il Giornale dell'Umbria di mercoledì 16 luglio)
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categorie: cronaca
mercoledì, 21 maggio 2008

EMANUELA AURELI, QUESTE NON SONO IMITAZIONI

 

No, queste proprio non sono imitazioni. Al suo debutto come pittrice, con una mostra allestita nella chiesa del Carmine fino domenica 18 nell’ambito della Città del Maggio, Emanuela Aureli - la più celebre imitatrice italiana, star di Domenica in e reduce dal successo del suo primo one-woman-show al teatro Parioli - svela un lato nascosto della sua arte, che si caratterizza proprio per l’originalità.
 
Perché le opere di Emanuela Aureli non assomigliano a quelle di nessun altro pittore, e il suo stile naif (“naif-schifezza” scherza lei) è capace di passare con disinvoltura dal ritratto (Maurizio Costanzo, Alberto Sordi) a soggetti floreali (bellissime le sue rose) fino a suggestivi paesaggi.
 
Lei però, non ci sta a fare l’artista rivelata, e anche se la mostra al Carmine continua a registrare uno straordinario successo, con numerosissime presenze ogni giorno, e anche la stampa nazionale se ne interessa (nei prossimi giorni uscirà un servizio sul settimanale Di Più), lei continua a non prendersi sul serio. Basta leggere l’ironica introduzione che ha scritto per la mostra: “Quando iniziai a capire che il Tintoretto non era il nome di una nuova lavanderia che avevano aperto sotto casa, e Raffaello non era un tronista di Maria De Filippi, sentii dentro di me che volevo fare dei quadri che erano Bellini. Mi trasferii subito in Mantegna perché la città mi aveva stancato. Mille dubbi assalirono la mia mente e mi domandai: ma chi Picasso mi credo di essere? E ancora: Masaccio dipingere o no? Insomma, non avevo le idee chiare: volevo il Botticelli pieno e il Perugino ubraico! Arrivai finalmente ad una conclusione, e cioè che per dipingere ci vuole il Caravaggio mio!”. Non solo, ma il calce aggiunge “la firma della mostra”.
 
“I miei quadri non hanno tecnica né stile - si schermisce - solo un po’ di cuore. Sono manifestazioni di quella che sono dentro, non ho nessuna velleità artistica. Solo che quando sono libera, anzichè andare in palestra mi metto a dipingere. Tutto qui”.
 
Quando hai cominciato a fare quadri?
 
“Dipingo da sempre, ma è un hobby che ho ripreso a coltivare in particolare da sei anni a questa parte, senza nessuna ambizione. Ma è vero anche che alcuni amici, vedendo dei quadri esposti a casa, non riuscivano a credere che li avessi fatti io”.
 
Come è nata l’idea di allestire una mostra personale?
 
“La colpa è tutta di Augusto Mori, dovete prendervela con lui! Io i miei quadri li avrei esposti al massimo nella taverna di casa mia. Certo, per me sono preziosi perché rappresentano quello che è il mio animo”.
 
Sei un’autodidatta?
 
“Sì, non ho frequentato nessuna scuola, e forse dovrei farlo. Ma davvero non mi aspetto le critiche di Vittorio Sgarbi. Forse sono un impressionista, perché i miei quadri quando li vedi ti fanno una certa impressione. Ma bisogna vedere che impressione è!”.
 
Cosa ti spinge a dipingere?
 
“La pittura e il disegno in me nascono come un gioco, ma anche come qualcosa di terapeutico. Sai, quando stai nervoso prendi un colore e lo metti su tela!”.
 
La mostra è inserita all’interno del Cantamaggio.
 
“E’ una bellissima festa. Io non amo molto la confusione, quindi alla sfilata dei carri mi trovo sempre un po’ defilata, anche se mi piace molto guardarli. E poi sono tradizioni che vanno conservate e reinventate. Io sono fiera di essere ternana, e la mia ternitudine cerco sempre di inserirla nel mio lavoro. Perché vergognarsi? Perché parliamo un ‘mbo così?”
 
Infatti sei stata l’unica a nobilitare l’accento ternano in televisione.
 
“Sì anche se adesso sto frequentando dei corsi di dizione per pulire un po’ la cadenza. Il mio manager me lo raccomandava da anni! Insomma per la dizione mi serve una sottrazione di accento. Ma al momento giusto, continuerò a tirarlo fuori. E poi io sono una tradizionalista, e anche se vivo a Roma, appena posso torno sempre a godermi la mia amata città”.
 
Ora sei reduce dal grande successo del monologo al Parioli.
 
“E’ stato un bellissimo regalo che mi ha fatto Maurizio Costanzo, una delle persone che devo davvero ringraziare per la mia carriera, insieme a Fabrizio Frizzi, Carlo Conti e più di recente, Lorena Bianchetti, che quest’anno mi ha voluto a Domenica In per l’unico spazio comico del programma, e che chiuderemo domenica prossima”.
 
Programmi per il futuro?
 
“A fine maggio porteremo il monologo in Val d’Aosta, e il prossimo anno torneremo al Parioli, anche se prima lo voglio rivedere alcuni puti. Per l’estate mi aspetta come sempre una lunga serie di serate e di spettacoli”.
C’è qualcosa che vorresti fare e ancora non ha fatto?
 
“Vorrei cimentarmi con ruoli drammatici, al cinema,  e soprattutto in teatro”.
Si dice che proprio i comici siano i migliori attori drammatici, e noi ci crediamo. E noi aspettiamo, certi della conferma.
 
Nata a Terni il 27 maggio 1973, Emanuela Aureli esordisce in televisione nel 1992 partecipando al concorso per imitatori “Stasera mi butto” (lo stesso dal quale è uscito anche Neri Marcorè) nel quale, quindici anni dopo, tornerà come giurata.
Il grande successo arriva tre anni più tardi su TeleMontecarlo con Aria Fresca in cui è affiancata da Carlo Conti e Giorgio Panariello e con Domenica In, del cui cast fa parte dal 1997 al 1999, anno in cui passa alla Buona Domenica di Maurizio Costanzo, che la chiama spesso anche allo show serale. Nel frattempo debutta al cinema (In principio erano le mutande) in radio (con Enrico Vaime prima e Lillo & Greg), nella fiction (Carabinieri) e nella pubblicità (con un’ironica Monaca di Monza introdotta da Renzo Arbore). Dopo sette stagioni a Canale 5 quest’anno ritorna in Rai, partecipando alla Domenica In di Lorena Bianchetti.
postato da: ARNALDOCASALI alle ore 19:21 | link | commenti | commenti
categorie: cronaca
lunedì, 19 maggio 2008

ORION, LA COSTELLAZIONE DEL TEATRO AMATORIALE

ladiva
Ritorno alle origini, per una delle prime compagnie teatrali sorte in città. Il suo debutto ufficiale, la Orion Theatre lo fece giusto vent’anni fa, nel 1988, con il musical Cristo 2000 di Michele Paulicelli, l’autore di Forza venite gente. Oggi, dopo due decenni di attività, importanti esperienze professionali e decine di attori cresciuti sulle tavole dei propri palcoscenici, la compagnia diretta da Marco Francescangeli è tornata a cimentarsi con una commedia musicale e un’operazione particolarmente ambiziosa: Pene d’amor perdute di Shakespeare, in una versione cantata e ballata che si ispira al film diretto da Kenneth Branagh e che è andata in scena ieri e giovedì al teatro Verdi.

Insieme a Marco Francescangeli, i veterani della compagnia sono i fratelli Francesco e Massimo Locci. “Il teatro l’ho sempre fatto - racconta Massimo, 43 anni, responsabile commerciale di una multinazionale giapponese - anche se in modo discontinuo. E’ una passione dalla quale non riesci a staccarti. Io ogni volta dico ‘questo è l’ultimo spettacolo’, ma poi torno sempre”. Quarta per anzianità di servizio, Costanza Farroni (classe 1979) è troppo giovane per essere stata tra i fondatori, ma a San Cristoforo c’è cresciuta e ha interpretato tutti gli spettacoli degli ultimi quindici anni, a cominciare dall’intensa Ofelia dell’Amleto. Come Costanza anche Stefano De Majo, poliziotto e istruttore di fitness, Luisa Borini (studentessa diciottenne, al suo debutto nella Orion) e Vincenzo Policreti militano anche nella compagnia Altromestiere.

Psicologo e conduttore televisivo, Policreti celebra quest’anno trent’anni di teatro amatoriale: “Ho iniziato nel 1978 con Paolo Baiocco. Poi ho recitato soprattutto con la Nuova compagnia teatro città di Terni”. Nella Orion Policreti ha portato anche sua figlia Isabella, studentessa del Classico e compagna di classe di Luisa. “E’ stata quasi una sorpresa ritrovarci qui” dicono. “Io sono alla mia debutto teatrale - spiega Isabella - anche se ho fatto danza, quindi non è la prima volta che mi esibisco su un palco”. Dalle passerelle al palcoscenico è invece il percorso che ha fatto Sabrina Galletti. Oggi lavora nell’ufficio commerciale della Liomatic, ma nel suo passato c’è una carriera da modella: “Con la Orion sono tornata, due anni fa, ad esibirmi, anche se con un modo completamente diverso. Quando sfili su una passerella è soprattutto la tua bellezza che conta, quindi hai molta più sicurezza. In teatro invece devi dimostrare tutto e comunicare emozioni”. Simone Monotti, 30 anni, ingegnere, recita dal 2000 e prima di approdare alla Orion ha attraversato molte compagnie. “Ho studiato alla Fringe di Sabina Proietti, poi ho lavorato con Mauro Pulcinella, Leone Tocchi, Pompeo De Angelis”. Oltre che nel teatro, Simone è attivo, come attore e come regista, anche nel settore dei cortometraggi. Francesco Mecarelli, 22 anni, studente di regia al “Dams” di Terni, è l’unico che arriva dalla Mumos, la scuola di teatro fondata dallo stesso Moschin insieme a Marzia Ubaldi e ha collaborato anche con gli Artigiani del teatro e la Compagnia del Pino. Debutto Orion, invece, per Foscolo Ceccarani, che vive il teatro soprattutto “come un modo di conoscere persone di diverse età e diversi interessi” e Raffaella Vitali, commerciante, arrivata alla Orion lo scorso gennaio, dopo esperienze di danza e di teatro con il Progetto Mandela. Stefano Intini, invece, che ha un negozio di informatica ed era già nell’Amleto, ha frequentato anche un corso di dizione. Infine, Roberto La Gatta: con la Orion ha debuttato in veste di attore, che i palcoscenici li calca da 35 come ballerino professionista. “Marco mi ha chiesto di curare le coreografie dello spettacolo - spiega - e poi mi ha tirato dentro anche a recitare. Un’esperienza nuova, ma bellissima”. Da rifare.
Nata dalla fusione dei gruppi teatrali delle parrocchie di San Cristoforo e San Lorenzo, la Filodrammatica Crilor (dai nomi dei due patroni) esordisce ufficialmente nel 1988, ma   ha in realtà radici che risalgono almeno a 35 anni fa. “Anche di più - spiega Marco Francescangeli, avvocato di 42 anni - perché la nostra parrocchia ha una tradizione teatrale molto antica. Io già a cinque anni sgambettavo negli spettacoli che facevamo in chiesa”. La Filodrammatica debutta nel 1989 con Cristo 2000, diretto da Pino Scoccia e Daniela Cirillo, a cui seguono Planctus Mariae (1992) e De passione Christi (1994) ispirati a Jacopone da Todi,  Prova Generale e Corruzione al palazzo di Giustizia diretti da Daniele Di Lorenzi a cui, nel 1995, subentra Rita Riboni.

“E’ stato il momento più importante per la storia della compagnia” ricorda Francescangeli. E’ allora che assume il nome Orion (“Dopo un vero e proprio referendum” ricorda il regista). Riboni indirizza il gruppo verso il teatro sperimentale con Un sorso di Terra di Boll, presentato fuori abbonamento nella Stagione di prosa 1997-1998. Dopo Tutti i miei robots di Asimov Marco Francescangeli assume la direzione della compagnia che propone in varie chiese, nello stesso biennio, Ecce Homo sulla passione di Cristo e Amleto di Shakespeare, che verrà ripreso dalla Orion ben tre volte. Dopo l’antologico Moonlight, il teologico La porta della bellezza e Un angelo venne a Babilonia di Durrenmatt, nel 2002 un’altra importante svolta si prepara con l’inizio della collaborazione con Gastone Moschin, mostro sacro del cinema italiano: “Capitò quasi per caso, una sera, durante le prove e ci diede qualche consiglio. Poi si appassionò sempre di più al nostro progetto, tanto da firmare alcuni spettacoli”.
Moschin dirige Erano tutti miei figli di Miller, Piccola città  di Wilder e Ma non è una cosa seria di Pirandello, e lascia la compagnia nel 2006, dopo averla fatta tornare di nuovo nella Stagione di prosa con spettacoli a Narni e Todi.
“Ogni spettacolo è una sfida -  dice Francesco Locci, che si occupa di produzioni video e che è presidente dell’associazione Orion - certo, quella di quest’anno è stata la sfida più grande, visto che oltre a recitare abbiamo dovuto anche cantare e ballare”. 
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categorie: cronaca
venerdì, 16 maggio 2008

ALTROMESTIERE, GLI INNAMORATI DEL TEATRO

 

Si chiama “Altromestiere” perché, quando è nata, per la maggior parte dei componenti quello dell’attore era un secondo lavoro. Eppure oggi la compagnia fondata nel 2004 dall’attore e regista ternano Riccardo Leonelli è l’unica a Terni che può vantare spettacoli in tutta Italia e una rosa in cui figurano artisti attivi in diversi contesti professionali. Insomma, a quattro anni dalla nascita, l’altro mestiere, oggi, è solo fino ad un certo punto,  anche se tra gli attori che calcheranno il palcoscenico del Verdi questa sera ci sono tre studentesse, un poliziotto, un artigiano, uno psicologo, un’imprenditrice e persino un giornalista.

Ventisette anni, diplomato all’Accademia d’arte drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, Riccardo Leonelli ha lavorato a fianco di nomi del calibro di Franco Branciaroli, Michele Placido e Luca Ronconi e interpretato Gente di mare 2 e l’episodio pilota della sit-com Dago & Flash con Nicolas Vaporidis.

Oltre ad aver fatto parte dei “clown della pace” di fra’ Giuseppe Rosati, tenere un corso di teatro e aver coordinato il laboratorio teatrale del liceo classico “Tacito”, ha scritto e diretto con Altromestiere tre spettacoli che hanno girato l’Umbria sconfinando più volte anche fuori regione: Ecce Sketch, Sull’amore e nient’altro e Gl’innamorati ‘50, adattamento del capolavoro di Carlo Goldoni, con il quale la compagnia stasera reciterà, per la prima volta, al teatro comunale di Terni. Autentica “creatura” di Leonelli è la prima attrice della compagnia, la diciottenne Luisa Borini, che frequenta l’ultimo anno di liceo ed è politicamente impegnata nella Consulta studentesca. “Due anni fa - racconta - Riccardo mi ha visto interpretare Satine in un adattamento di Moulin Rouge! fatto dal liceo. Devo tutto a lui”. E deve molto, perché nonostante la giovanissima età Luisa è un autentico animale da palcoscenico, in grado di dominare da sola la scena e di passare con disinvoltura da scene comiche a momenti di grande drammaticità e commozione. “Con il teatro ho un rapporto di amore-odio. Quando sono sul palco sarei capace di morirci, ma prima di entrare in scena sono sempre agitata e arrabbiata con il mondo. Non lo vivo come uno svago ma come un esperienza esistenziale: quando sono lì sopra mi trasformo completamente”.

E’ partita dalla Mumos, ma è già arrivata a Roma la ventiduenne Silvia Imperi, reduce da Il poeta e lo stregone, spettacolo scritto e diretto da Giorgio Lopez (celebre doppiatore e fratello di Massimo) in cui ha affiancato mostri sacri come Dario Penne (voce italiana di Anthony Hopkins e Christopher Lloyd) e l’eduardiana Serena Michelotti, interpretando il personaggio di Pocahontas. Iperattiva, Silvia studia lettere moderne, milita - insieme ad Amedeo - nella compagnia teatrale perugina Occhi sul mondo, frequenta corsi di doppiaggio e guida laboratori teatrali per bambini, adolescenti e disabili. Riccardo lo conosce da una vita, ma per interpretare il ruolo di Lisetta, spiega, ha sostenuto un regolare provino:  “D’altra parte - dice - i provini sono la mia vita”. Come il sogno di poter fare l’attrice, senza dover avere anche un altro mestiere.
 
Tra i militanti della compagnia c’è anche Vincenzo Policreti, noto psicologo e conduttore televisivo, che si è avvicinato al teatro grazie a Gastone Moschin. “E’ stato in occasione dell’allestimento di Piccola città curato dalla Orion Theatre - racconta - e da allora non ho più lasciato il teatro, che rappresenta la realizzazione della parte più folle di me”. Dalla Orion arriva anche Costanza Farroni, titolare di un’agenzia di servizi che mette a disposizione hostess per eventi. “Teatro l’ho fatto da sempre in parrocchia, ed è proprio nella mia parrocchia - San Cristoforo - che è nata la Orion, circa quindici anni fa”. E Gastone Moschin è forse il principale punto di riferimento della compagnia: molti, infatti, degli attori che gravitano intorno ad Altromestiere - a cominciare da Amedeo Carlo Capitanelli (che recita anche a Perugia e fa doppiaggio) e Silvia Imperi - vengono dalla Mumos, la scuola di teatro fondata dal celebre attore a Terni insieme a Marzia Ubaldi e la figlia Emanuela.
 
Elemento internazionale della compagnia, Alban Guillon, francese, ha fatto il percorso inverso a quello di tanti artisti ternani, scegliendo di lasciare Parigi per venire a vivere a Terni, anzi, a Collescipoli, come ci tiene a precisare.

Artigiano, giullare, attore, Alban, ventottenne, dopo aver frequentato l’Accademia di Versailles è arrivato in Italia nel 2002, per un progetto universitario organizzato dall’ambasciata: “Ho insegnato francese nelle scuole, e mi sono innamorato di questo luogo. Adesso faccio il giullare nelle feste medievali. Riccardo l’ho incontrato la scorsa estate per uno spettacolo di Narni Opera, e mi ha chiesto di interpretare il servo ubriacone in questo allestimento degli Innamorati di Goldoni”.
Di tutt’altra pasta è fatta invece Diana Ursini, ventiquattrenne studentessa di ingegneria, che proviene proprio dal laboratorio teatrale di Riccardo Leonelli.
Tra le storie più suggestive raccontate tra queste quinte, c’è poi quella di Stefano De Majo, poliziotto e istruttore di difesa personale e fitness. “Ero in convalescenza per un incidente, e mi sono imbattuto in un corso tenuto da Anna Maria D’Abbraccio. E’ stato l’inizio di un percorso che mi ha portato, in seguito, a far parte della compagnia Orion Theatre e dei “clown della pace” di fra Giuseppe Rosati, che avevo conosciuto ad una festa di bambini”. Ed è proprio al fianco del frate Clown (“ricordo uno spettacolo alla Comunità Incontro di fronte a 1000 persone”) che Stefano incontra Riccardo Leonelli, con cui fonda Altromestiere.

Tra i nuovi arrivi ci sono invece gli Eldar, giovanissimo gruppo rock (i componenti hanno tra i 20 e i 22 anni) formato da Emanuele e Riccardo Cordeschi, Pietro Prezzemoli e Lorenzo D’Amario, che hanno composto la colonna sonora originale di Gl’innamorati ‘50, costituita da ballate rock ispirate alla musica di Elvis Presley e Chuck Berry.
 

(da
Il Giornale dell'Umbria di sabato 10 maggio 2008)
postato da: ARNALDOCASALI alle ore 15:35 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: teatro, cronaca

Chi sono

Utente: ARNALDOCASALI
Nome: ARNALDO CASALI
Nato a Terni il 23 febbraio 1975, mi sono laureato in storia medievale all'università "La Sapienza" di Roma con una tesi sull'umorismo in Francesco d'Assisi. Giornalista, sono direttore della rivista "Adesso" e della webradio RadioAdesso e collaboro con il Giornale dell’Umbria e Radio TNA. Faccio parte della direzione del festival cinematografico "Cielo e Terra" e della compagnia teatrale Altromestiere. Mi occupo del coordinamento di svariati siti internet, ma non capisco niente di informatica. Sono attore dilettante e scrivo talvolta dei racconti e delle poesiole, ma rigorosamente senza talento.

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